Il caffè arriva in Europa nel Seicento come bevanda esotica e per secoli rimane simbolo di mondanità e cultura. Ma negli ultimi decenni è stato trasformato in nemico pubblico numero uno per chi soffre di pressione alta. La convinzione diffusa è semplice: caffeina uguale aumento della pressione, quindi chi ha ipertensione deve astenersi. Questo luogo comune è talmente radicato che milioni di persone rinunciano al loro caffè mattutino non per indicazione medica precisa, ma per paura vaga e non verificata.

L'Italia consuma circa 6 chili di caffè pro capite ogni anno, secondo i dati del settore. Il caffè contiene principalmente caffeina (95-200 mg per tazza a seconda della preparazione), ma anche antiossidanti come acido clorogenico, polifenoli, e magnesio. Una tazza di espresso contiene circa 63 mg di caffeina, mentre un caffè americano arriva a 150-200 mg. Accanto alla caffeina ci sono altre molecole bioattive che non vengono considerate quando si parla di effetti sulla pressione.

Qui inizia il vero racconto scientifico. La caffeina blocca i recettori dell'adenosina nel cervello, una molecola che induce il rilassamento. Questo provoca un aumento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca entro 15-30 minuti dal consumo. L'effetto è misurabile: studi indicano un aumento di 3-14 mmHg sistolica nelle prime ore. Ma c'è una svolta decisiva. Chi beve caffè tutti i giorni sviluppa tolleranza nei confronti di questo effetto, tanto che dopo pochi giorni l'aumento pressorio scompare quasi completamente. Questo fenomeno, chiamato "tachifissi", è stato osservato già negli anni Novanta in ricerche pubblicate su riviste di cardiologia.

Come comportarsi con il caffè se hai ipertensione

Chi assume regolarmente caffè e ha pressione controllata da farmaci non deve smettere per una ragione medica semplice: il beneficio di bere caffè non è minore del presunto rischio. Gli studi epidemiologici mostrano addirittura un'associazione inversa tra consumo moderato di caffè e mortalità cardiovascolare complessiva. Il vero problema non è la tazza di caffè, ma i picchi improvvisi di pressione in chi non è abituato, oppure un consumo eccessivo associato a stress e scarso sonno. Chi non beve caffè da anni e sa di avere ipertensione instabile dovrebbe introdurlo gradualmente, non vietarselo completamente.

La pressione alta si gestisce con attività fisica regolare, riduzione del sodio alimentare, perdita di peso se necessaria, e se prescritto dal medico, con farmaci specifici. Il caffè rimane una bevanda con effetti complessi: acuto a breve termine, ma neutro nel medio-lungo termine per chi lo consuma con regolarità.