Gianna ha 38 anni, non ha mai avuto un problema di salute, e quando va dal suo medico per il classico check-up annuale sente sempre la stessa frase: "Le faccio controllare la tiroide, così stamo tranquilli." Non sa bene perché, non ha sintomi particolari, non le è mai stato spiegato quale sia il motivo. Eppure il test del TSH finisce regolarmente negli esami del suo sangue annuale. Gianna non è sola: milioni di italiani si trovano in questa situazione, sottoposti a screening tiroidei di routine senza una vera giustificazione clinica. La domanda che pochi si pongono è semplice ma cruciale: davvero tutti dovrebbero fare esami della tiroide con la stessa frequenza?

La risposta non è banale. Gli esami tiroidei sono diventati tra i test più comuni del nostro Paese, al punto che il controllo della tiroide è entrato quasi in automatico nei check-up di routine. Ma la medicina basata sull'evidenza scientifica ha cambiato posizione negli ultimi anni. Non è tutto il mondo a fare gli stessi esami, nello stesso modo e con la stessa frequenza. Quello che cambia profondamente sono i sintomi, l'età, la storia personale e quella familiare. Capire quale test fa davvero senso per te è il primo passo per evitare diagnosi inutili, preoccupazioni ingiustificate e costi non necessari.

La tiroide è una ghiandola piccola ma importante, situata nella parte bassa del collo. Produce ormoni che controllano il metabolismo, l'energia, il peso corporeo e la temperatura. Quando funziona male, può causare problemi significativi. Nel 1981, un endocrinologo americano di nome Geoffrey Henslei suggerì per la prima volta di usare il TSH, l'ormone stimolante la tiroide, come test di screening di massa. L'idea era rivoluzionaria: anziché testare gli ormoni tiroidei stessi, bastava misurare l'ormone che il corpo produce per stimolarla. Se la tiroide funziona bene, il TSH è basso; se funziona male, il TSH sale. Nel corso dei decenni questa logica ha conquistato il mondo medico, e il test del TSH è diventato pressoché universale. In Italia, il TSH è ormai considerato quasi un esame di base, come la glicemia o il colesterolo. Ma universale non significa sempre necessario.

Le linee guida internazionali, comprese quelle dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e delle principali società di endocrinologi, suggeriscono che uno screening sistematico della tiroide senza sintomi non ha senso in popolazione generale. I dati sulla prevalenza dei disturbi tiroidei in Italia sono significativi: circa il 10-15 per cento della popolazione soffre di tiroidopatia, ma la gran parte delle persone non ha mai avuto sintomi prima della diagnosi. L'Istituto Superiore di Sanità ricorda che il valore diagnostico di un test aumenta significativamente quando è presente il sospetto clinico, non quando viene fatto a caso in una popolazione asintomatica. Uno studio del 2015 pubblicato su una rivista di medicina interna dimostrò che negli Stati Uniti il 20 per cento degli esami tiroidei richiesti dalle cliniche generali non aveva alcuna giustificazione clinica documentata. Numero che probabilmente non è inferiore in Italia.

La falsa idea dello screening universale

Una credenza molto diffusa è che tutti, sopra una certa età, dovrebbero fare uno screening della tiroide con cadenza regolare. Non è vero. Le società scientifiche di endocrinologia non raccomandano uno screening routinario della popolazione generale senza sintomi. La ragione è semplice: il numero di persone che scopriranno di avere una malattia tiroidea clinicamente rilevante è basso, mentre il numero di falsi positivi o di risultati borderline che causano ansia è alto. Un valore di TSH fuori dall'intervallo di riferimento non sempre significa malattia: l'anzianità, l'assunzione di certi farmaci, situazioni di stress, persino il ciclo mestruale nelle donne possono alterare il valore. Eppure quando una persona vede il suo TSH fuori dei parametri, inizia una cascata di preoccupazioni e spesso di trattamenti non necessari.

Chi davvero ha bisogno di esami tiroidei e quando

Gli esami della tiroide servono a chi ha sintomi compatibili con una disfunzione tiroidea. Stanchezza cronica, cambiamento di peso non spiegato, alterazioni del battito cardiaco, secchezza della pelle, caduta dei capelli, difficoltà di concentrazione, ansia o tristezza. Se hai uno o più di questi sintomi, allora il test è giustificato. Serve anche a chi ha una storia familiare di malattie tiroidee, perché il rischio genetico è reale. Le donne vanno monitorate durante la gravidanza e dopo il parto, quando le disfunzioni tiroidee sono più comuni. Le persone che prendono levotiroxina o altri farmaci tiroidei vanno controllate a cadenza regolare, per assicurare che la dose sia corretta. Gli anziani, specialmente se assumono molti farmaci, possono beneficiare da un controllo occasionale. Chi ha una diagnosi di malattia autoimmune, come celiachia o lupus, deve fare attenzione alla tiroide. Chi ha subito un intervento chirurgico alla tiroide o una radioterapia al collo, ovviamente, necessita di monitoraggio costante.

Se non rientri in nessuna di queste categorie e non hai sintomi, la scienza medica moderna suggerisce di non farsi controllare la tiroide sistematicamente ogni anno. Una volta nella vita, tra i 35 e i 65 anni, potrebbe avere senso fare un test di base per avere un valore di riferimento, ma niente di più. I costi diretti di test inutili ricadono sul sistema sanitario e sul paziente, ma c'è un costo invisibile ancora più grave: la diagnosi di una disfunzione tiroidea lieve in una persona senza sintomi spesso porta al trattamento medico, che a sua volta ha effetti collaterali, e tutto questo in base a numeri che magari sarebbero rientrati nella norma con un controllo successivo. La medicina si chiama anche "medicina difensiva" quando si fanno esami per paura, senza reale indicazione. Non è medicina buona.

Quando gli esami servono davvero, i test da fare sono pochi e chiari. Il TSH rimane il test di primo livello, affidabile e conveniente. Se il TSH è anormale, allora ha senso dosare anche il T4 libero e gli anticorpi anti-perossidasi tiroidea per capire se c'è un'infiammazione autoimmune. Il T3, nell'uso clinico routinario, serve raramente. La maggior parte dei laboratori offre pacchetti di test tiroidei molto ampi, con T3, T4 libero, T4 totale e anticorpi, ma la realtà clinica è che spesso bastano TSH e T4 libero. L'ecosistema del mercato dei test, dove più test significa più ricavi, non aiuta a usare la medicina in modo razionale.

Non si tratta di ignorare la salute della tiroide. Si tratta di usare il buonsenso. Una persona in salute, senza familiarità per malattie tiroidee, senza sintomi, semplicemente non ha bisogno di fare questi test ogni anno. Se compaiono sintomi, allora sì, conviene controllare. Se hai una diagnosi già fatta, il monitoraggio è importante. Se la tua tiroide finora ha funzionato bene, non c'è fretta di cambiare abitudini.